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Biocarburanti per salvare gli atolli del Pacifico
 

Per i 10mila abitanti delle isole Tuvalu, un minuscolo stato indipendente dell’Oceania, cucinare con i liquami dei maiali e navigare con il biodiesel di copra e potrebbe fare la differenza tra la sopravvivenza e il vedere i loro atolli cancellati dal mare entro pochi anni. I Tuvaliani, probabilmente il primo piccolo popolo che dovrà abbandonare la propria Nazione a causa del global warming, vogliono almeno dare al mondo l’esempio concreto di un modo di vita sostenibile.

Lontani dalle polemiche sui biocarburanti prodotti su scala industriale, e sul loro impatto disastroso su foreste e prezzo del cibo, gli atolli delle Tuvalu si preparano a dimostrare che è possibile produrre un carburante di sostituzione in un Paese isolato e letteralmente soffocato dal prezzo del petrolio che cresce insieme al livello dell’oceano Pacifico. Ad aiutare i tuvaliani in questa impresa c’è Gilles Vaitilingom, un ricercatore del Cirad specializzato in biodiesel.

Il biodiesel alla copra (polpa essiccata del cocco, l´endosperma del frutto, da cui si estraggono grassi e oli) sarà testato nel generatore di Amatuku, un piccolo isolotto (0,1 km2) a nord dell’isola capitale di Funafuti, grazie alla Ong franco-tuvaliana Alofa Tuvalu, che vuole sviluppare la produzione di biodiesel sui 9 atolli dell’arcipelago (23,96 kmq, almeno fino a che il mare non ha iniziato a mangiarsene qualche pezzo) permettendo così di ridurre i costi di un servizio vitale quanto raro: il trasporto tra le varie isole. Un altro obiettivo del programma è quello della gassificazione dei gusci delle noci di cocco per produrre elettricità e ridurre il volume dei rifiuti.

Si tratta della seconda tappa del programma del Centro nazionale di formazione e dimostrazione per le energie rinnovabili messo in opera da Alofa Tuvalu nel quadro del suo piano decennale “Small is beautiful”, avviato nel 2005 e che conta sul sostegno delle francesi Ademe, Sopac e Piggarep. “Small is beautiful” vuole aiutare le Tuvalu a diventare, prima della loro probabile sparizione sotto l’oceano, una Nazione esemplare ed un modello riproducibile nelle alter piccolo nazioni insulari.

Parallelamente l’associazione continua a distribuire sementi biologiche, offerte dalla Ferme de Ste Marthe e Kokopelli, così come continua nella sua campagna di sensibilizzazione al risparmio di energia e per la corretta gestione dei rifiuti attraverso riunioni comunitarie e programmi radio quotidiani. Il progetto “Amatuku: l’îlot pilot”, punta a creare un modello ambientale e un centro di formazione che permette di illustrare, su scala ridotta, la campagna globale “Small is Beautiful” al governo ed ai cittadini delle Tuvalu e degli altri Stati del sud Pacifico.

Si tratta di due digestori di biogas, di una piccola unità di produzione di biodiesel, di un impianto di minieolico e di celle fotovoltaiche. Per i rifiuti, saranno installati contenitori e compattatori. Contemporaneamente, alla realizzazione dei biodigestori e dell’impianto per la produzione di biodiesel sarà avviato un programma di formazione per insegnanti e tecnici sull’utilizzo delle biomasse che coinvolgerà circa 1.050 persone in due anni e tutti i 10.000 tuvaliani a più lungo termine.

Fino ad ora, nessun progetto per l’utilizzo delle biomasse era stato condotto su isole coralline, né tantomeno era stata testata la loro combinazione con le energie rinnovabili nel quadro di una possibile indipendenza energetica degli atolli. «Il nostro programma – sottolinea Alofa Tuvalu – permette di testare i materiali resistenti ad un ambiente salino, così come I migliori metodi di interramento nelle isole coralline. Le donne saranno coinvolte in tutte le tappe di messa in opera (costruzione, installazione, formazione) l’utilizzo delle tecnologie per la produzione di biogas è riservato ad utilizzi domestici.

L’idea è sicuramente quella di sostenere le risorse locali e di minimizzare i costi. Quattro tipi di energie rinnovabili sono operative ed esportabili a Tuvalu e possono essere molto rapidamente combinate ad Amatuku per accompagnare l’isola pilota verso l’autosufficienza energetica: biomasse (biogas e biodiesel), solare ed eolico in rete o meno. Tutte le opzioni saranno studiate. I programmi di bioenergia convengono a Tuvalu, perché possono essere utilizzati su piccola e grande scala e in maniera decentralizzata e a beneficio delle zone rurali o abitate. Faremo ricorso a delle tecnologie esistenti che sono già state provate e beneficiano di conseguenza di un abbassamento dei costi. L’idea non è quella di fare di Tuvalu un terreno da laboratorio».

Fonte: greenreport.it






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Inserito da: Redazione il 31/03/2008

Categorie: Cambiamenti climatici, Energia, Rifiuti

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