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In Cina al bando le buste di plastica
 

Preoccupata dalla mole dei rifiuti e dai costi energetici, Pechino ha deciso lo stop
I sacchetti più sottili vietati da giugno, quelli spessi dovranno essere pagati


Il mosaico dei provvedimenti presi dalla Cina nella rincorsa a uno sviluppo più rispettoso dell'ambiente si arricchisce di un'altra tessera. Dopo i severi limiti alle emissioni delle automobili (la legge del 2004 fissa regole più dure che negli Usa) e il boom delle fonti rinnovabili, le autorità di Pechino hanno annunciato la messa al bando della produzione di sacchetti di plastica. Il divieto, che scatterà dal prossimo primo giugno, riguarda le buste realizzate con materiale sottile (sotto i 0,025 millimetri di spessore), mentre quelle più spesse e resistenti potranno continuare a essere usate. I negozianti saranno obbligati però a farle pagare ai consumatori, indicandone chiaramente il prezzo alla cassa, dissuadendoli quindi da un uso indiscriminato.

Secondo alcune stime, in Cina ogni giorno vengono utilizzati circa tre miliardi di sacchetti. Una quantità immensa, che crea al Paese due diversi ordini di problemi. Il primo è naturalmente quello dello smaltimento di questa enorme quantità di plastica che spesso nel giro di poche ore si trasforma in spazzatura. Il secondo è legato alla necessità di ridurre le importazioni petrolifere. Per produrre il suo fabbisogno di buste, la Cina deve raffinare ogni anno 5 milioni di tonnellate di greggio (37 milioni di barili). Difficile quindi pensare a una semplice coincidenza tra il varo in fretta e furia della nuova legge e il crescere delle preoccupazioni per l'impennata del costo del petrolio, con lo sfondamento della soglia psicologica dei 100 dollari al barile.

"Il nostro Paese consuma enormi quantità di buste di plastica ogni anno. Se da un lato rappresentano una comodità, dall'altro hanno provocato un grave inquinamento e uno spreco di risorse ed energia, per via del loro uso eccessivo e del mancato riciclaggio. Dobbiamo incoraggiare le persone a ritornare all'uso delle buste di stoffa e dei cesti per le verdure", si legge nella nota del governo sul suo sito web.

La decisione di Pechino allunga la lista dei Paesi che hanno deciso di dichiarare guerra ai sacchetti non biodegradabili. La messa al bando parziale o totale delle buste sintetiche è stata già avviata, con diverse date per lo stop definitivo, in Francia, in Uganda, in Australia, in diverse città degli Stati Uniti e in Bangladesh, dove il provvedimento è stato varato nel 2002 quando si è scoperta la responsabilità dei sacchetti di plastica nell'intasare il sistema di deflusso delle acque, aggravando drammaticamente i danni delle frequenti alluvioni. Del problema sta discutendo anche la municipalità di Londra, mentre l'Irlanda ha preferito cercare di centrare l'obiettivo della loro riduzione con una supertassazione.

La piaga del dilagare dei sacchetti è stata affrontata anche in Italia, ma con le solite ambiguità e contraddizioni. La passata legge finanziaria ne fissava la messa al bando per il 2010, motivando la scelta sia con la necessità di ridurre la produzione di rifiuti, sia come forma di incentivazione all'industria nazionale dell'agri-tech attraverso la produzione di surrogati di origine vegetale. "Ma nell'anno appena trascorso non è stato fatto neppure un passo per rendere operativa questa scelta", denuncia il coordinatore dell'ufficio scientifico di Legambiente Stefano Ciafani. "Il 2010 - aggiunge - è praticamente dopodomani mattina, ma né il ministro dell'Ambiente Pecoraro Scanio né quello dello Sviluppo Economico Bersani hanno dato disposizioni per organizzare la necessaria filiera agricola e industriale".

Fonte: repubblica.it

Inserito da: Redazione il 10/01/2008

Categorie: Rifiuti

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